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Le migliori 1001 domande del coaching!

“1001 Domande potenti” – compra subito questo libro e migliora il tuo coaching all’istante! Il libro è fornito con un pratico set di flashcard!

Ogni volta che vedo pubblicità come questa, ho la sensazione che qualcuno non abbia realmente capito il senso del coaching. Il coaching non è imparare a memoria una serie di domande. Il coaching è un rapporto in cui una persona aiuta l’altra a realizzare il proprio potenziale, a risolvere un problema o a portare a termine qualcosa.

Coach e cliente collaborano in questo processo e non che se il coach usa le domande come strumenti o pillole magiche per far procedere il cliente. Il coach e il cliente sono entrambi “cambiati” da questa conversazione – e sarebbe piuttosto strano pensare il contrario.

E quindi cosa puoi fare “veramente” per migliorare il tuo coaching (non istantaneamente, però) invece di imparare a memoria 1001 domande?

Puoi pensare alle tue domande in due modi:

  • Quali sono i presupposti che si nascondono nelle mie domande (e quanto sono potenzialmente utili)?
  • A cosa sto invitando il cliente a pensare (e questo è veramente utile)?

Questa griglia può essere utilizzata per valutare le tue domande:

PassatoFuturo
Positivo
Negativo

Prendi una domanda del tipo: “Cosa ti trattiene dal…?”

Il presupposto nascosto nella domanda è che c’è qualcosa che trattiene il cliente, quindi la domanda verrebbe posta nel quadrante “Passato – Negativo”.

L’invito della domanda è anche quello di pensare ad un passato negativo.

Una domanda migliore potrebbe essere: “Supponiamo che tu riesca a gestire… cosa noterai che è diverso?”

Il presupposto è che il cliente sia in grado di gestire e che si noterà una differenza. La domanda va nel quadrante “Futuro – Positivo”.

L’invito è anche quello di pensare al futuro positivo

Immagina che questa griglia sia una casa:

Quadrant House

Le domande di coaching più utili sono quelle che avvengono al primo piano, non nel seminterrato.

Come esperimento, potresti registrare una delle tue sessioni di coaching e analizzare dove portano le tue domande: al primo piano o nel seminterrato?

Potresti farlo anche con le domande dei video sul nostro canale YouTube:

www.youtube.com/SolutionsAcademy/

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Non vediamo l’ora di averti con noi!

A presto!

Kirsten

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“Sì, ma… non possiamo proprio…” – creare una cultura di conversazioni positive utilizzando tecniche di coaching

Ho appena avuto uno di questi incontri. Forse sai anche tu di cosa sto parlando – l’argomento principale sembrava essere quanto la situazione fosse senza speranza, cosa ci ostacola e come non possiamo fare nulla per cambiarla. Anche se non aiuta essere fobici e chiudere gli occhi di fronte a una grande sfida, fissare il problema in faccia così come un cervo fissa i fari catturerà te e chi ti sta intorno e forse tutta la tua organizzazione in una “paralisi da analisi”. E a quel punto il “blame storming” sostituisce il “brainstorming”! Dalla ricerca di Barbara Fredrickson sappiamo che quando siamo stressati e in modalità “lotta o fuga”, la nostra capacità di trovare soluzioni creative e di risolvere i problemi è fortemente compromessa. Quindi, tutto sommato, non è un bello stato in cui trovarsi!

Quindi, come si fa a far sì che il tuo team passi da uno stato di paralisi da analisi a uno stato di movimento e di ricerca di soluzioni?

Non è una soluzione facile e richiede una certa persistenza, ma si può fare. Nella mia esperienza, il trucco è creare il giusto equilibrio tra il riconoscere che c’è un problema e l’iniziare a parlare di ciò che la gente immagina come soluzione. Se si inizia a parlare di soluzioni o anche solo a dire cose come “non concentriamoci sul problema e andiamo avanti” troppo in fretta, ci si inimica le persone e più insisteremo, più esse resisteranno ai nostri tentativi di trasformare la conversazione in qualcosa di più positivo. Ecco quindi un modo per trasformare le conversazioni:

Team:La situazione è tremenda. Stiamo perdendo clienti e se il trend della digitalizzazione continua, saremo presto fuori dal mercato. Non sono nemmeno sicuro che il nostro top management abbia compreso a sufficienza quanto sarà difficile. Non credo che possiamo fare nulla, ma sarà davvero difficile.
Tu:Sì, è davvero dura. Sono d’accordo, la digitalizzazione (mettiamo che sia questo il problema…) sarà una grande sfida per noi!
Team:E guardate cosa è successo quando abbiamo scelto il nostro nuovo sistema CRM! Non ci hanno ascoltato – e quello che hanno scelto è così brutto. Non ci ascolteranno mai. Non sono sicuro che ne usciremo presto.
Tu:Sì, c’è stato un po’ di disordine nel sistema del CRM. Abbiamo qualche problema, hai ragione. C’è qualcosa che abbiamo imparato da questa esperienza?
Team:Non fidarci del management, immagino… No, seriamente, penso che dovremmo davvero capire come farci valere.
Tu:Quali sono le tue idee su come farlo?
Team:Potremmo….

Naturalmente, incolpare il “top management”, un altro reparto o chiunque altro per i problemi attuali raramente aiuta. Tuttavia, il disaccordo diretto con le persone sulla loro valutazione del “colpevole” porta di solito a discussioni, “sì, ma” e giochi che intensificano l’antagonismo inutile, ad esempio:

Team:La situazione è tremenda. Stiamo perdendo clienti e se il trend della digitalizzazione continua, saremo presto fuori dal mercato. Non sono nemmeno sicuro che il nostro top management abbia compreso a sufficienza quanto sarà difficile. Non credo che possiamo fare nulla, ma sarà davvero difficile.
Tu:No, credo che ti sbagli, stavano discutendo di digitalizzazione nell’ultimo off site meeting!
Team:Sì, e cosa hanno risolto? Solo chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere….
Tu:Ma…

Non vuoi essere d’accordo con il blamestorming, perché è l’esatto opposto della cultura che vuoi creare – così puoi dire: “Sì, capisco che abbiamo problemi con la situazione attuale” (senza biasimare nessuno), oppure: “Sì, è difficile” e poi ribaltare la conversazione:

  • Cosa abbiamo imparato da questo fatto?
  • Cosa dobbiamo fare per rimediare questa volta?
  • Cosa è importante per noi da fare adesso?
  • Cosa vogliamo ottenere?

La cosa più importante è non entrare in nessun tipo di gioco del “Sì, ma” e ascoltare invece le richieste ed i desideri nascosti nelle lamentele. Ogni “ma” è un invito ad ascoltare più attentamente ciò che l’altra persona vuole veramente.

Per sperimentare queste e altre tecniche di conversazione, unisciti a noi nel nostro Virtual coaching Cafè:

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Si possono interrompere i clienti?

Coaching Virtual Cafè

Interrompere il cliente è un errore molto grave così come evidenziato dai coaching trainers, dai modelli di competenze e da altre fonti che mirano ad aumentare la qualità del coaching. Ma interrompere il vostro cliente è davvero una cosa così brutta?

Come sempre, nel coaching, vige una regola d’oro: “Dipende!

In qualità di coach siamo abituati a co-creare la conversazione con i nostri clienti. Quindi, quando esaminiamo una nostra sessione registrata o quando siamo mentori per qualcun altro, potrebbe essere utile tenere conto delle seguenti considerazioni. Diamo un’occhiata a ciò che il cliente ha fatto prima dell’interruzione per verificare se l’interruzione è stata produttiva o distruttiva:

Cosa faceva il cliente prima dell’interruzione?

  • Stava sviluppando idee, intuizioni, pensieri, cose utili

In questo caso: chiudi il becco! Come coach, non abbiamo il diritto di ostacolare l’elaborazione di sentimenti e di pensieri dei nostri clienti!

  • Stava dando molti dettagli non necessari per aiutarlo

A volte i clienti vogliono esserci d’aiuto fornendoci molti dettagli sulla questione di cui si discute. Tuttavia, conoscono già la storia e probabilmente l’hanno già raccontata in precedenza. Quindi, entrare nei dettagli dei dettagli non lo aiuterà molto ad andare avanti. In questo caso, interrompete gentilmente chiedendo al cliente: “Mi sto accorgendo che mi stai dando molti dettagli e voglio solo verificare con te se può esserti più utile raccontarmi l’intera storia, e ti ascolterò volentieri, o se vuoi che inizi a farti delle domande. Mi va bene in entrambi i casi”.

  • Stava descrivendo il problema e quanto sia difficile la situazione

Questa è una situazione complicata. Come ho detto prima, se il cliente non ha mai parlato a nessuno del problema o se non ha nessuno che lo ascolti, fornire un orecchio al cliente è un servizio molto prezioso. Se sta invece raccontando di quanto sia difficile, allora affrontare il problema e la difficoltà di nuovo non farà probabilmente una grande differenza per lui. Naturalmente, noi gli riconosceremo la difficoltà della sua situazione, ma non vogliamo passare molto tempo a parlare del problema dato che “parlare di problemi crea problemi”. Continuando a parlare del problema, il pericolo è che il cliente si convinca nel percepire la situazione ancora più difficile e irrisolvibile di quanto non sia in realtà. Qui potrebbe pensare di fare una domanda per affrontare la situazione: “Mi spiace molto sentire le tue difficoltà in questa situazione. Come stai gestendo la situazione?

  • Stava parlando negativamente delle persone con cui il cliente deve necessariamente collaborare

Parlare di ciò che qualcun altro ha fatto e del motivo per cui è un *inserire imprecazione preferita*, alias sfogarsi, ha una funzione psicologica, ma non aiuta il cliente a muoversi. Al contrario, compatta percezioni e interpretazioni che rendono più difficile la collaborazione futura. Una domanda sulla speranza o sulla fiducia potrebbe essere utile in questo caso: “Mi dispiace sentire che il comportamento di una persona *difficile* ti rende la vita così complicata. Posso chiederti cosa ti dà la speranza di poter riprendere una collaborazione abbastanza buona da poter continuare a lavorarci insieme?”

  • Stava passando ad un argomento completamente diverso

Non sappiamo mai quali argomenti sono collegati nella mente dei nostri clienti, in che modo e cosa è rilevante e cosa non lo è. Quindi, quando il cliente inizia a parlare di un argomento che a noi sembra estraneo, possiamo controllare: “Mi sto accorgendo che stiamo potenzialmente spostando la conversazione dall’argomento A all’argomento B, corretto? Come sono collegati i due argomenti? Voglio solo essere sicuro che stiamo parlando di ciò che è più rilevante per te”.

Quindi, alla fine, interrompere è sempre un male? Spero di avervi convinto del contrario 🙂

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Scatoline senza coperchio… i profili di personalità

Se mi beccate in una brutta giornata e mi chiedete dei profili di personalità, probabilmente otterrete una sfuriata. Personalmente, non credo che si possa dividere l’umanità in gruppi di personalità e ottenerne qualcosa di utile. Gli strumenti spaziano da quelli più oscuri a quelli più “scientifici”, ma tutti misurano più o meno qualcosa che è predeterminato in precedenza.

Se mi cogliete in una buona giornata, vi concedo che i profili di personalità permettono ai team di avere una discussione sul valore delle diverse prospettive e della diversità. È più facile convivere con le stranezze di un altro essere umano se non si rispettano gli stessi standard a cui ci si attiene. Per esempio, se so che per la mia collega è difficile organizzare il suo tempo e che questo non è perché è brutta e cattiva, ma perché in un certo senso, “è nata così”, posso essere più indulgente. Questo non significa che questi costrutti siano in alcun senso della parola “veri”, ma aiutano a capire che, beh, le persone sono diverse.

La difficoltà che intravedo è che questi costrutti diventino descrizioni autolimitanti:

  • “Non posso presentare bene, perché sono un introverso”
  • “Sono giallo, non riesco a finire le cose”
  • “Il mio driver interiore è “vai veloce” e quindi non posso essere attento e diligente nella compilazione dei moduli”.
  • Ancora peggio quando diventano descrizioni che limitano gli altri:
  • “Non ha un potenziale di leadership, è troppo introversa”.

Se un’azienda o un team vuole o meno rischiare gli stereotipi che possono derivare dai profili di personalità, sta a loro stessi dirlo. La buona notizia è che ci sono molte cose che si possono fare come coach o team leader per mitigare questi rischi e per creare conversazioni utili se un test è stato condotto.

Chiedi la loro percezione:

Prima di supporre che qualsiasi tipo di strumento psicologico sappia sul cliente di più rispetto a quanto egli stesso sappia, è bene chiedere al cliente in che misura ritiene che la descrizione si adatti alla sua percezione di se stesso:

  • “Quale di queste descrizioni ha senso per te?”
  • “Cosa pensi che non si adatti molto bene?
  • “Cosa manca?”

Concentrati sui punti di forza:

  • “Cosa dice questo profilo dei tuoi punti di forza e delle tue qualità uniche?
  • “Come stai sfruttando queste qualità nella tua vita quotidiana?”
  • “Se ne facessi un uso maggiore, cosa farebbe di diverso?”
  • “Chi potrebbe notare che stai usando di più i tuoi punti di forza?”

Quando si parla di potenziali aspetti negativi, assicurarti di ottenere un accordo di coaching prima di parlarne:

  • “Vuoi dare un’occhiata a…?”

Anche qui, ha senso costruire sulle risorse:

  • “Come li hai affrontati finora?”

A volte può essere utile “esternalizzare” una qualità che viene percepita come negativa:

  • “Allora, qual è l’impatto della P (il “tenere aperte tutte le opzioni” di MBTI) nella tua vita?”
  • “Che cosa ti invita a fare?”
  • “Che tipo di rapporto vorresti avere con essa?”
  • “Cosa ti piace di P?”

Termina con una azione concreta:

  • “Ora che abbiamo discusso questo profilo, cosa sta emergendo per te?”
  • “Quali intuizioni vorresti portare con te nel futuro?”
  • “Supponiamo che tu abbia portato ciò che desideri nel futuro, come lo noteresti?”
  • “Cosa noterebbero di te gli altri?”.”
  • “Come risponderebbero?”
  • “Come risponderebbero?”
  • “Quali potrebbero essere i primi segni del fatto che stai sfruttando al meglio i tuoi talenti e le tue doti uniche?”

Spero che questo sia utile a tutti voi che a volte vi trovate di fronte a questi profili.

Recentemente, ne ho trovato uno molto divertente e interessante che è anche gratuito: www.wingfinder.com

La cosa bella di questo è che non solo si basa su auto-descrizioni, ma ha due test inclusi:

Un test di pregiudizio inconscio (che credo sia stato messo in discussione anche dal punto di vista scientifico, ma va bene lo stesso) e un test di riconoscimento dei modelli.

Fatemi sapere cosa ne pensate.

Se vuoi discutere un po’ di più su questo tema, partecipa ad uno dei nostri Coaching Virtual Cafè. Per registrarvi cliccate qui:

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Cosa può imparare un coach da un viaggio in bicicletta…

Adoro andare in bicicletta e nell’estate del 2020 io e mio marito abbiamo pedalato da Francoforte alla Spagna. Ecco cosa abbiamo imparato (che vale anche per i coach):

Nessun piano sopravvive al primo contatto con la realtà

Sì, mi piace pianificare i viaggi. È un’attività che mi rende felice. Ed è perfettamente inutile, come puoi immaginare. Pensavamo di fare facilmente 90-100 km al giorno (e l’abbiamo anche fatto per i primi giorni) ma poi l’ondata di caldo dei 38 C (“canicule” in francese) ha colpito e abbiamo potuto pedalare solo dalle 7 alle 13:00 circa. Dopo non è divertente.

Così abbiamo ingoiato il nostro ego e abbiamo guardato a ciò che ci eravamo prefissati: divertirci e rilassarci. Andata a ramengo la pianificazione del percorso, è rimasta la modalità “cosa vogliamo fare oggi” (compresa la cancellazione di campeggi costosi… alcuni apprendimenti costa caro).

Allora, cosa impara il coach?

Si può avere un piano per una sessione e “oh no!” il cliente si presenta in uno spazio molto diverso. Lasciate andare il vostro ego, concentratevi sull’obiettivo (collaborare con il cliente per raggiungere la crescita) e iniziate con la modalità “cosa vogliamo fare oggi”.

Gli obiettivi sono grandi fino a quando non sono obiettivi

Volevamo fortissimamente arrivare in Spagna. E questo ha prodotto due risultati:

  • abbiamo sovrastimato nel nostre capacità (108 km al giorno con le bici pesanti) – si cresce con i propri obiettivi…
  • ci ha privato del godimento del momento (nessuna pausa nei luoghi incantevoli che abbiamo attraversato….)

Cosa impara il coach?

Se abbiamo un obiettivo (per esempio fare una sola domanda alla volta o attenersi alle parole esatte del cliente) questo ci aiuterà davvero a crescere…. A MENO CHE… non ci impedisca di essere presenti con vostro cliente e di “ballare nel momento”. Di solito non siamo particolarmente bravi nel multitasking…

Vi auguro di vivere delle belle esperienze anche nel tempo libero! A proposito: cosa stai imparando dalla tua vita?

Faccelo sapere e condividilo con noi durante uno dei nostri Virtual Coaching Cafè che potete prenotare qui:

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Prima di autodiagnosticarti la depressione…

… dai un’occhiata in giro ed assicurati di non essere circondati da idioti.

Quando ci sentiamo giù, arrabbiati, tristi, irritati, ansiosi, ecc. o quando qualcuno si sente non a proprio agio, la reazione più comune nella nostra cultura è quella di cominciare a guardare ciò che accade “dentro” la persona. In qualche modo sembra logico: “Il problema” (l’emozione indesiderata) sembra accadere dentro, quindi anche “la soluzione” (un’emozione più desiderabile) deve venire da “dentro”.

Questo funziona solo se si suppone che una persona sia in qualche modo separata dal suo ambiente e che il “dentro” della persona sia in qualche modo indipendente dal “fuori”. Ma è davvero così? E perché questo è importante per il coaching, la leadership e la felicità personale? Ok, un po’ di pazienza, calma e gesso…

Durante uno dei nostri viaggi in bicicletta, mio marito ed io stavamo seguendo il canale Reno-Rodano dal Reno al Rodano. Durante il primo giorno sul canale, entrambi ci siamo sentiti esausti, non in forma, tutto sembrava un po’ più difficile del solito. Abbiamo trovato molte spiegazioni interessanti al fenomeno: “E’ il terzo giorno del viaggio, probabilmente abbiamo solo raggiunto il punto critico”. “Forse ieri non abbiamo mangiato abbastanza” ecc. ecc. ecc. Tutte le spiegazioni avevano a che fare con gli aspetti “fisici” e la nostra preparazione. Quello che abbiamo scoperto dopo 30 km è che stavamo procedendo in salita, costantemente e lentamente senza accorgercene. La spiegazione non si trovava “dentro”, ma nell’interazione tra il nostro ambiente e noi stessi.

E quindi: cosa accadrebbe se le emozioni non fossero accadute “dentro”, se non fossero state prodotte da noi come individui? Forse “sentire un’emozione” è più simile a “vedere”, “sentire”, “annusare” piuttosto che a questo inspiegabile evento “interno”. Prima di autodiagnosticarsi la depressione…

Allora perché questa considerazione è importante per i coach, i leader e tutti coloro che vorrebbero condurre una vita positiva? Se trovate che i vostri clienti, i vostri collaboratori diretti, voi stessi provate un’emozione “indesiderabile”, provate a trattarla come una percezione, una “sensazione” piuttosto che come qualcosa di irritante. Guardate la situazione E l’emozione.

Nel coaching, usiamo il l’espressione “cambiamento di prospettiva”:

  • “Come noteresti che le cose stanno andando un po’ meglio?”
  • “Chi altri se ne accorgerebbe?”
  • “Cosa direbbe loro che le cose stanno andando un po’ meglio per te?”
  • “Come risponderebbero?”
  • “Come tu risponderesti?”

Immaginando l’interazione tra il vostro cliente, il vostro collaboratore diretto o voi stessi E l’ambiente, l’emozione rimane nella sua “casa” e non è artificialmente isolata dal mondo in cui vive.

Per prendere in prestito le parole di John Donne (scusate il linguaggio non inclusivo, sono sicuro che il signor Donne intendeva includere le donne):
Nessun uomo è un’isola,
L’intero di se stesso…

Per ulteriori riflessioni filosofiche e la loro applicazione pratica, ti invito a partecipare a uno dei nostri Coaching Virtual Cafè:

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Un pesciolino con la bicicletta? Metafore nel coaching

Adoro le metafore e adoro giocare con il linguaggio e giocare è una cosa che mi piace molto. Recentemente mi sono imbattuto in un podcast documentario della BBC sulle metafore e sul linguaggio usato dalle persone che hanno avuto il cancro per descrivere la loro esperienza.

Come si può notare, l’espressione: “persone che soffrono di cancro” è una frase senza metafora. Se avessi scritto: “Sopravvissuto al cancro” o “per descrivere quello che stanno passando”, avrei introdotto una metafora:

  • Il cancro è un evento pericoloso per la vita e si cerca di sopravvivere (invece di “vivere con” o “coesistere pacificamente”, per esempio)
  • Il cancro è un viaggio che si può attraversare (invece di “una pausa nella mia vita”, per esempio)

Ogni metafora che utilizziamo offre diverse possibilità di vedere la situazione e di fare qualcosa al riguardo.

  • Se si cerca di “sopravvivere”, le opzioni per fare qualcosa saranno nell’area attiva, “fare qualcosa per sopravvivere”. Se si sta “vivendo con”, le opzioni sono più passive o nell’area “fare pace con”.
  • Se si tratta di “un viaggio” avrete dei compagni di viaggio o potreste cercarli, ecc.

La metafora generica è “combattere” il cancro, ma potrebbe non essere la metafora giusta per ogni persona che lo vive. Il documentario della BBC ha parlato di un approccio che offre alle persone “un menu di metafore”. Potete scaricarlo qui: Menu delle metafore

A diverse persone con esperienze simili è stato chiesto di fornire le loro metafore più utili e altri potrebbero scegliere consapevolmente la loro preferita, cambiarla, giocarci, e – presumo – trovare quindi qualche modalità di azione in una situazione che, altrimenti, non offre molto (…e forse questa è la mia metafora).

Mi piacerebbe raccogliere un menu delle metafore per gli obiettivi che le persone hanno comunemente nel coaching:

  • essere calmi e rilassati quando c’è molto da fare
  • ricreare una buona relazione dopo un conflitto o risolverlo (che è già una metafora)
  • creare armonia quando c’è un diverso stile di lavoro o un’etica diversa
  • staying positive and hopeful when the future is uncertain
  • essere intenzionati ad assumere una nuova posizione di leadership
  • sentirsi sicuri di se stessi rispetto a qualcosa

Le metafore possono riguardare il problema (ad esempio “quando ho molto da fare, mi sento come se fossi in una tempesta”) e ciò che invece è desiderato (ad esempio “voglio essere l’occhio del ciclone”).

Per me, la cosa più importante è che i clienti scelgano quale metafora funziona per loro e che io li inviti a scegliere. In caso contrario, il pericolo è che la storia dominante e singola (ad esempio, “combattere il cancro”) prenda il sopravvento e privi le persone delle loro scelte. Come ha detto Heinz von Förster: “Agire sempre per aumentare il numero delle scelte”.

Se vuoi esplorare di più sulle metafore (e “esplorare” è un’altra metafora 🙂 ) vieni ad uno dei nostri Virtual Coaching Cafè:

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4 salvagenti per coach “bloccati”

E alla fine l’odiato momento – il tuo cliente ha finito di parlare. Forse già mentre il cliente stava ancora parlando, stavi già pensando: “Oh-oh – dove andrà a finire questo… cosa chiederò dopo?” e poi alla fine un brusco arresto: sei bloccato! Non conosco nessun coach (o negoziatore, leader, venditore… ) che non si sia trovato in questa situazione. È terribile: i sentimenti di incompetenza e di autocritica possono insinuarsi ed esasperare ulteriormente tutto.

Ma non temere: SuperKirsten in soccorso! Sto scherzando, naturalmente. L’unica persona che può tirarti fuori da quel buco sei tu stesso. Ma intanto ti indico i quattro “salvagente” che mi aiutano quando mi sento così (e sì, potete essere MCC quanto volete, queste situazioni di non sapere cosa fare continueranno ad accadere, anche se fanno molto meno male quando si conoscono i salvagente):

  1. “Nel dubbio, apprezza!”. Quando quel primo pensiero di “Oh-oh” si insinua, inizia a concentrarti su ciò che stai notando del cliente che potrebbe essere una risorsa per raggiungere il suo obiettivo. Diciamo che il cliente va su una tangente del tipo “perché i miei suoceri non mi sostengono mai e perché quindi non posso ottenere un lavoro perché non accetteranno mai una mamma che lavora….”. Le risorse potrebbero essere: “Wow, hai già individuato alcuni ostacoli e ti stai creando una carriera – come ci stai riuscendo?” oppure “Mi sembra che il tuo punto di vista sulle madri lavoratrici sia diverso da quello dei tuoi suoceri, vero? Vorresti approfondire un po’ la questione?” ecc. Quindi, in sostanza, invece di pensare a te stesso perso nella notte buia della disperazione del coach solitario, concentrati verso l’esterno, concentrati sul cliente, sii curioso di sapere cosa è in grado di fare, pensare, sentire il tuo cliente che sta andando nella giusta direzione.
  2. Sii curioso di sapere cosa vuole il cliente. Chiediti: “Cosa posso sentire in ciò che il cliente dice che potrebbe indicare ciò che il cliente vuole veramente?” Anche in questo caso, diventando un detective alla ricerca dei “segni del futuro preferito” del cliente, inizia a concentrarti sulla conversazione che avviene “tra i nasi” e non sulla conversazione nella vostra testa. Concentrarsi su ciò che si vuole e su ciò che già funziona bene è sempre utile.
  3. Chiedi al cliente: “Sarebbe questo un buon momento per raccogliere ciò che è emerso nella nostra conversazione che ti è stato utile finora? Questa domanda è la mia “carta esci gratis di prigione”. Anche se il cliente dice: “Niente, davvero”, ti dà la possibilità di ricalibrare e chiedere al cliente come vorrebbe continuare, che è….
  4. …il nostro quarto salvavita. Dite semplicemente al cliente: “Hm. Mentre ti ascolto, mi sento un po’ bloccato su dove dovremmo spostare la nostra conversazione – ha idea di cosa sarebbe utile per te parlarne?” Nel peggiore dei casi, il cliente ti dirà: “Ma sei tu il maledetto coach!” (cosa che di solito non fa) – anche questo ti dà la possibilità di tornare all’inizio e chiedere: “Ok, allora torniamo a quello che volevi da questa sessione. Se ricordo bene, volevi trovare un modo per guadagnare i tuoi soldi. Forse è una buona idea raccogliere quello che già sai e poi pensare a cosa potresti aggiungere”.

Quali sono i vostri salvagente?

Se vuoi esplorare di più intorno a questo tipo di situazioni e scambiare idee brillanti con i tuoi colleghi coach, vieni a uno dei nostri Virtual Coaching Cafè. Infatti, l’esempio del caso in questo blogpost proviene da un simpatico job-coach che si è unito a uno dei nostri incontri (grazie, tu sai chi sei.. :-))

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MAI chiedere PERCHE’! – ma… perché?

In molte scuole di coaching o corsi di leadership si impara a non chiedere MAI “perché”. E questo perché:

  • Attribuisce la colpa
  • E’ una richiesta di giustificazione
  • Porta ad approfondire la discussione del problema
  • Può bloccare una squadra

Ecco un esempio:

  • A: “Non mi piace presentare, sono sempre super nervoso?”
  • B: “Ma perché sei nervoso?”
  • A: “Quando andavo a scuola e venivo interrogato, i miei compagni di classe mi prendevano sempre in giro”.
  • B: “Perché ti prendevano in giro?”
  • A: “Perché ero sempre insicuro”.
  • B: “E perché?”
  • A: “Perché penso che mia madre si sia presa cura solo di mio fratello maggiore, mai di me”.
  • B: “E perché?”
  • A: “Non lo so… comunque credo di essere profondamente traumatizzato…”.

E Tada!! Da un semplice problema – “Come parlare in pubblico con maggiore fiducia” – abbiamo chiuso a noi stessi in un angolo che sarà ben difficile da lasciare. Male per il cliente, bene per il coach o il terapeuta.

Nelle scuole di ingegneria meccanica o in altri settori tecnici, la domanda “perché” ha sempre una risposta molto migliore. C’è la tecnica dei “5 why” che invita ad andare alla radice di un problema tecnico. I problemi tecnici hanno il vantaggio che si verificano in un sistema molto più vincolato rispetto al complesso sistema delle relazioni umane. Nei sistemi “complicati”, si possono significativamente discernere causa ed effetto. Proviamo con un esempio:

  • A: La mia bicicletta non funziona
  • B: Perché?
  • A: Quando vado in bicicletta, fa questo rumore “bump, bump, bump, bump”.
  • B: Perché?
  • A: Penso di avere una gomma a terra
  • B: Perché?
  • A: Ho attraversato alcuni vetri rotti

Lezione appresa: riparare lo pneumatico, non passare attraverso il vetro rotto

Ma ESISTONO buone domande “perché” nella leadership e nel coaching? Ne stavo discutendo con un gruppo durante il corso “Coaching-Fundamentals” e abbiamo fatto degli ottimi esempi:

  • A: Mi piacerebbe poter delegare meglio?
  • B: Perché?
  • A: La mia squadra sarebbe molto più veloce e avrei meno da fare.
  • B: E perché è una cosa buona?
  • A: Perchè il mio equilibrio tra lavoro e vita privata sarebbe molto migliore…

Alcune domande “perché” in realtà stanno indagando “le tue buone ragioni” o la motivazione a fare le cose. In realtà sono più domande “per cosa” che domande “perché”. Invitare le persone a pensare a ciò che rende preziosi i loro progetti è un’ottima direzione da seguire per i coach ed i leader 😊.

E comunque se vuoi sapere PERCHE’ è un’ottima direzione, potresti partecipare a uno dei nostri prossimi Virtual Coaching Cafè:

  • Ti divertirai con i tuoi colleghi
  • Incontrerai persone interessanti con differenti background
  • Potrai portare le tue domande e ottenere prospettive interessanti

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Il Santo delle Piccole Cose…. il santo protettore della produttività

Hai troppo da fare? A volte non sai da dove cominciare? Ti capita di perdere la visione d’insieme e tutte le piccole, medie e grandi cose minacciano di seppellirti come una valanga? Se non ti succede, ti prego, scrivimi! Possiamo condividere il tuo segreto con il mondo?

Sono generalmente una persona ordinata: Ordino i compiti per “importante / non importante” “urgente / non urgente”, proprio come ci ha insegnato il grande signor Covey e mi sento molto “cool” quando lo faccio. Comincio con l’urgente e l’importante, il più delle volte passo all’importante e non urgente, ma di tanto in tanto mi rimangono fuori le piccole cose. Che poi si accumulano: la contabilità, pagare le bollette, mettere le cose al loro posto, rispondere a una breve e-mail, archiviare la posta cartacea (ma chi diavolo l’ha inventata?!?) … probabilmente anche tu conosci tutti i piccoli fastidiosi compiti che si accumulano e si accumulano.

Ciò che mi è stato veramente utile è stato metterli tutti nel loro rispettivo progetto (sto usando un programma chiamato Asana per questo, anche Trello dovrebbe essere ok) in modo da poterli almeno mettere insieme e non dover perdere tempo nello spostare l’attenzione da un progetto all’altro. Eppure, c’è ancora molto da fare!

E così ho inventato la ricorrenza di un Santo veramente speciale. Il giorno del “Santo delle Piccole Cose”. In questo giorno mi dedico a tutti i piccoli compiti e mi sento molto orgoglioso e produttivo. Alcuni esempi di cose che sono state fatte con questo metodo: roba in cantina al suo posto, documenti scannerizzati e ordinati, invio di posta cartacea, piccole traduzioni fatte, video prodotti e caricati, alimentazione a lievitazione naturale, pulizia della cucina, risposte alle e-mail poco utili, invio di certificati, un sacco di roba delegata ad altre persone… e il ragazzo ha fatto bene il suo lavoro, smarcando una cosa dopo l’altra.

La mia amica Evelyn fa una cosa simile: mi ha condiviso la sua “procrastinazione” settimanale. Lei e la sua compagna fanno tutte le cose che hanno rimandato durante la settimana alla fine della settimana. Che concetto fantastico!

Perché ti sto raccontando tutto ciò? Beh, perché sono entusiasta.

E perché ho avuto un’idea per i team leaders: che ne dite di dedicare anche voi una giornata mensile al “Santo delle Piccole Cose”, o una settimanale “Ora dei micro-risultati” per tutta la squadra?

Come farlo? Se hai un segreto sulla produttività, perché non condividerlo con un gruppo di meravigliosi coach in uno dei nostri incontri o imparare con loro? Da noi troverai anche un breve corso di team coaching dove si può discutere ed apprendere molti strumenti e tecniche preziose per aiutare un team a performare al meglio.

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